L'AMORE IN OGNI COSA

 

C’era una volta, tanto tempo fa, una casa triste. Molto triste. Le sue finestre sempre chiuse erano come occhi serrati, e nei giorni di pioggia l’acqua si raccoglieva sui davanzali, per poi scorrere lentamente giù, lungo i muri, come lacrime di un pianto silenzioso. Le persiane rotte, l’intonaco della facciata scrostato qua e là, il cancello arrugginito e l’erba alta fra i sassi del vialetto, le davano un aspetto miserando. E lei si sentiva proprio così: miseranda e abbandonata. I tempi gloriosi di quando era la più bella casa della città, la più elegante e la più celebre, sembravano lontanissimi! L’ultima proprietaria, deceduta ormai da tempo, pare fosse anche l’ultima discendente di una dinastia che si tramandava l’edificio in eredità. Una contessa elegante, raffinata e colta alla quale piaceva circondarsi di artisti, ma non necessariamente: bastava che una persona fosse un po’ bizzarra per piacerle. In fondo anche lei era fuori dall’ordinario.


Amava la gente, gli animali, le piante, e anche i sassi, le conchiglie, i cristalli; ogni cosa, secondo la donna, possedeva uno spirito intelligente. Così su ogni mobile, tavolino, mensola e ripiano c’erano piante e fiori, e da tutte le stanze sbucava qualche animale; ora un cane, ora un gatto, talvolta un procione o un furetto. Svolazzavano liberi e felici persino due pappagalli e un cardellino. Poi non mancava mai qualche ospite, umano naturalmente. Che fosse mattina, pomeriggio o sera, i visitatori andavano e venivano, sempre accolti a braccia aperte dalla squisita padrona di casa. E non era insolito udire le domestiche canticchiare. D’altra parte, come si poteva non essere gioiosi in quell’ambiente colorato, pieno di vita e di bellezza?


Gli arredi erano sontuosi: mobili veneziani del settecento dai delicati colori pastello, tappeti pregiati, quadri e statue di squisita fattura, tendaggi in seta e cuscini di velluto. Una luce meravigliosa attraversava generosamente le grandi finestre, azzurra la mattina, bianca durante il giorno e rosa la sera. Hooo quanto rimpiangeva la sua bella luce il castelletto! E le voci degli ospiti, lo schiamazzo degli animali, le corse dei bambini. Che nostalgia l’aroma della cioccolata calda consumata nel giardino d’inverno tra i limoni e le gardenie, e il profumo del tè da sorseggiare nelle porcellane inglesi all’ombra del pruno nel giardino estivo! Aveva nostalgia di tutto, anche delle cose apparentemente più banali e dei gesti d’ogni giorno. Come il fruscio della carta da lettere, quando la contessa scriveva inviti per le sue leggendarie feste, l’odore dell’inchiostro, il profumo dei libri che la donna leggeva la sera nella sala biblioteca, comoda in poltrona davanti al camino acceso.

A tutti quei bei ricordi il castelletto si struggeva e, anno dopo anno, diventava sempre più triste e malconcio. La speranza di tornare a risplendere come un tempo era morta una sera, quando aveva udito il notaio affermare la mancanza di eredi. Allora cosa gli sarebbe successo? Lo avrebbero forse abbattuto? Che orrore quel pensiero. Tanto orrendo da fargli tremare i muri!


Un pomeriggio di mezza estate il piccolo Matteo ‒ vispo bimbetto di sei anni ‒ era a passeggio con la mamma proprio lungo il viale dove sorgeva l’edificio. «Che bella casa!» esclamò davanti al cancello, mentre puntava i piedi e tirava il braccio della madre perché si fermasse anche lei a guardare quella meraviglia. La donna scorgeva solo un gran vecchiume attraverso la fitta sterpaglia del giardino; era stupita che al bimbo piacesse una tale catapecchia! «Non vedi che cade a pezzi?» rispose. «E’ un rudere!»
Il piccolo insistette: «Ề favoloso questo castello!»
La donna però continuava a non vedere che ruggine, muri scrostati ed erbacce. L’unica cosa bella del luogo, almeno secondo lei, era un glicine rigoglioso, arrampicato sulla facciata principale dell’edificio.

Da quel giorno, e tutti i giorni seguenti, Matteo chiese alla mamma di fare la stessa strada, e ogni volta si fermava rapito a guardare la casa. Bisognava trascinarlo via, o sarebbe rimasto là per ore! 

Quando compì otto anni i genitori gli regalarono una bicicletta e il permesso di andare a scuola da solo. Ora poteva correre dal “suo castello” ogni mattina, e questo era motivo di frequenti ritardi a scuola. Niente poteva farlo desistere, nemmeno i rimproveri della maestra, né le punizioni di mamma e papà. L’edificio sembrava esercitare un’attrazione ipnotica sul bambino, che parlava con lui come a un vecchio amico. Gli aveva anche dato un nome: “Splendore”.
“Non ti preoccupare Splendore” gli diceva. “Quando sarò abbastanza grande da poterti comprare ti aggiusterò tutto!”

“Splendore” era commosso per il singolare affetto del bambino, ma non confidava molto nelle parole di un umano tanto giovane. Tuttavia, con il trascorrere del tempo, Matteo si dimostrò degno di fiducia perché non mancava mai all’appuntamento giornaliero. Fu così che cominciò l’amicizia tra una vecchia casa e un ragazzino.

Splendore ‒ quel nome gli piaceva un sacco ‒ si affezionò al giovane amico e aspettava tutti i giorni il suo arrivo sbirciando la strada con le finestre del piano superiore, che vedevano più lontano. Si preoccupava moltissimo per ogni più piccolo ritardo del bimbo; in fondo era un cucciolo d’uomo in giro da solo per le strade di città, e Splendore non voleva perdere quel grande amico, non voleva nemmeno pensare a una cosa del genere! Aveva cominciato a volergli molto bene e l’affetto che riceveva da lui era una nuova ragione di vita, tanto grande da valere bene qualche angustia! Capì che l’amore ha un prezzo ma, come tutti gli innamorati, era ben felice di pagarlo. Non credeva più di essere una catapecchia abbandonata perché riusciva a vedersi attraverso gli occhi del bambino, che lo guardavano con ammirazione. E quegli occhi non vedevano un cancello arrugginito, ma lance d’ottone e preziosi decori, né sterpi ma piante esotiche. Le sue orecchie non udivano silenzi di abbandono ma le musiche delle antiche feste e le allegre voci degli ospiti. Il suo naso non sentiva odore di muffa ma l’aroma di tè inglese, di cera d’api della lucidatura dei mobili, e forse anche il raffinato profumo francese della contessa. Grazie all’amore di un ragazzo, una vecchia casa riviveva i fasti del passato. La cura e la bellezza assorbita nel tempo dai muri di Splendore gli avevano regalato un’anima. Ora palpitava per un fanciullo che aveva saputo guardalo di nuovo con gli occhi dell’amore, la più grande e misteriosa delle magie.


Mattia desiderava moltissimo entrare nel castello e vedere com’era fatto dentro, chissà quanti segreti nascondeva! Un giorno decise che era venuto il momento di azzardare l’impresa. Quindi, armato di torcia e di coraggio, provò a girare il grande pomello della porta d’ingresso. Niente da fare, era chiuso a chiave. Deluso ma non vinto, fece il giro di tutto l’edificio finché trovò una persiana al pian terreno più sgangherata delle altre. Dopo aver creato un varco schiodando due assicelle, aprì anche il telaio della finestra; a quel punto la maniglia si ruppe, tanto era ormai corrosa dal tempo, e cadde a terra con un gran fracasso. Matteo ebbe paura; per un attimo restò immobile, quasi paralizzato, mentre il rumore ancora rimbombava nel salone. Aveva il cuore in gola e convenne che le sue azioni sembravano quelle di uno scassinatore. Tuttavia il desiderio di entrare era più forte di qualunque timore. Ogni grande impresa richiede coraggio, determinazione e, talvolta, comportamenti fuori dall’ordinario!

Quindi saltò dentro e iniziò a osservare il salone con l’aiuto di una torcia, anche se non era completamente al buio grazie alle fessure delle persiane rotte che lasciavano filtrare un po’ di luce. Ohhh che meraviglia quella stanza! Un enorme camino in marmo rosa troneggiava, alto come un uomo, nella parete centrale. I muri erano tappezzati di grandi quadri dalle cornici dorate; raffiguravano scene campestri, bouquet di fiori o personaggi vestiti alla moda del millecinquecento, dell’ottocento e della Bella Epoque. Lampade di opaline su minuscoli tavoli, o a stelo con cappelli di stoffa, erano disposte ovunque, e Matteo riusciva a immaginare la calda luce che avevano fatto un tempo. Sotto i teli che proteggevano divani e poltrone dalla polvere, ammirò i colori un po’ sbiaditi dei tessuti. E i pavoni della piccola dormeuse accanto a una finestra, le felci sui cuscini rotondi e quadrati, grandi e piccoli, ricchi di nappe e frange di velluto.


Al piano superiore c’era una grande stanza con un letto a baldacchino, arricchito da tendaggi e copriletto in pregiato bisso rosa. Nonostante fossero strappati e ingialliti dal tempo, mostravano ancora i segni dell’antica opulenza. Sulla parete di fronte al letto un quadro a figura intera mostrava una donna bellissima vestita di azzurro, con lunghi capelli neri raccolti. Qualche ricciolo scomposto, lo sguardo fiero e un’espressione che sembrava beffarda, raccontavano di una donna volitiva e ribelle. Matteo non aveva dubbi: era il ritratto della padrona di casa. Finalmente poteva conoscerla, vedere il volto di quella eccezionale creatura, carpire qualcosa di lei, della sua intimità e dei suoi segreti.
In piedi davanti al quadro e con aria solenne, fece un giuramento: «Riporterò questa casa agli antichi splendori! E non temere, non cambierò niente, riparerò tutto fino all’ultimo oggetto, perché è perfetta così come l’hai voluta, e io l’amo quanto l’hai amata tu».

Forse non furono le sue esatte parole, in fondo era un bambino di otto anni, ma il contenuto sì, era questo. Aggiunse, e questa volta le parole erano proprio le sue: «Sono troppo piccolo adesso. Dammi il tempo di crescere e di guadagnare abbastanza denaro per comprare la casa».

Negli anni che seguirono, più ripensava a quel momento più avrebbe giurato che sul volto della donna fosse apparso un sorriso. Il tempo trascorse con apparente lentezza, perché quando si cresce sembra camminare piano come un vecchio che ha l’artrite, e quando si è vecchi con l’artrite sembra correre come un giovanotto! Matteo intanto andava maturando il desiderio di studiare architettura. E così fece quando arrivò il momento di iscriversi all’università. Aveva fretta, temeva che la casa sarebbe stata venduta prima che avesse il tempo di diventare adulto e guadagnare i soldi necessari a comprarla. Ma possedeva anche una sorta di fiducia, di certezza che quel luogo fosse destinato a lui.

Durante gli anni non mancarono certo i possibili acquirenti, gente interessata spesso più al terreno che alla vecchia dimora. La maggior parte degli eventuali nuovi proprietari l’avrebbe dunque demolita. Tuttavia, ogni volta la vendita sfumava. Il primo a farsi avanti fu un costruttore che voleva trasformare il castello in un centro commerciale. Proprio durante il suo primo sopralluogo un tubo si ruppe e diffuse nell’aria un odore nauseabondo. L’uomo abbandonò la trattativa al pensiero delle tubature marce e della puzza che, se non se ne fosse mai andata, avrebbe fatto scappare i suoi clienti. Stranamente l’odore scomparve non appena il costruttore decise di rinunciare, e il tubo non perse acqua mai più.

Poche settimane dopo si presentò una donna con il marito al seguito; lei alta, secca e arcigna, lui un ometto piccolo e grasso che non parlava mai e che sembrava il suo barboncino. Durante la visita tra i piani e le stanze la donna non aveva fatto altro che parlare di muri da abbattere e “ciarpame” da vendere ai rigattieri. Mentre era sul punto di firmare il contratto, con la penna in mano e il gomito alzato, un urlo agghiacciante echeggiò tra i corridoi, seguito da frastuono di catene. Alla donna si rizzarono i capelli in testa e, sicura che si trattasse di un fantasma anche se era pieno giorno, scappò via trascinandosi dietro il marito. Senza firmare l’atto di acquisto, naturalmente!

Uno dopo l’altro, i candidati rinunciarono. Chi per i rumori inquietanti, chi per qualche danno improvviso, chi per accidenti che avevano persino messo in pericolo la loro incolumità, come quella volta che un grosso pezzo d’intonaco crollò sulla testa di un vecchio dottore. Pian piano si diffuse la voce che la casa fosse stregata.


Non tutti però credono a queste cose e un giorno, un ardito e paffuto commerciante vide nell’acquisto del castello un buon affare. Niente sembrava intimorirlo o farlo desistere, sembrava non avesse paura di niente. Scoppiarono altre tubature, ci fu un’invasione di orribili ragni che uscivano dai lavandini, la puzza lo seguiva come una fetida ombra e le urla e i lamenti avrebbero fatto accapponare la pelle a un morto! Ma il rubicondo commerciante restava impassibile. E comprò la casa.

Quando Matteo lo venne a sapere fu colto dalla disperazione! Non ce l’aveva fatta, la casa ora apparteneva a qualcun altro e il suo sogno era infranto. Anche se ormai adulto, il giorno che ricevette la notizia pianse. Stava diventando un valente architetto a un solo anno dalla laurea, ma non aveva ancora accumulato denaro per comperare nemmeno una rimessa, figuriamoci un castello e il suo terreno!

Nel frattempo il commerciante, uomo assolutamente pratico, un vero affarista come aveva dimostrato, stava per disfarsi dei mobili, e i suoi operai erano pronti a trasformare tutta la casa ‒ orrore ‒ in un’abitazione moderna. Si avvaleva, per lo scempio, di un sedicente geometra e di progetti personali che riflettevano i suoi pessimi gusti.

Dopo giorni di tormento Matteo vinse il dolore di assistere alla fine dell’amato “Splendore”, e andò a curiosare. Quel pomeriggio gli operai erano già al lavoro e ammassavano mobili e oggetti pronti a finire nelle mani di rigattieri, antiquari e rottamai. Riuscì a salire al piano superiore non visto, ed entrò nella stanza della Signora. Il quadro era ancora lì, e come il bambino di allora, guardando in volto la donna dipinta, le parlò: «So che hai provato ad aspettarmi, con tutte le tue forze. E io ti ho delusa. Ma ho fatto del mio meglio, mi sono laureato mesi prima del tempo e ho trovato subito lavoro. Forse non è tutto perduto, io ho fede in te e in questa casa che sognavi immortale».
Ancora una volta a Matteo parve di vedere un sorriso tra le pennellate rosa che disegnavano la bocca della donna.

Quella sera stessa il grassottello commerciante andò a fare un sopralluogo, e stava parlando agli operai quando si vide correre incontro una figura nera che scivolava sul pavimento. A pochi passi da lui la spaventosa creatura lanciò l’urlo più terrificante che udito umano abbia mai avuto la sventura di sentire, e a quel punto l’uomo la vide in volto. Come in un film dell’orrore gli apparvero le fattezze di un mostro, con occhi di fuoco e denti aguzzi che sembravano pronti a divorarlo. Se mai aveva dubitato sull’esistenza dei fantasmi, da quel giorno dovette ricredersi. Lo spavento fu tale che i suoi capelli diventarono bianchi all’istante, mentre gli operai, che non avevano invece visto niente, si chiesero se fosse impazzito perché scappava più veloce di un fulmine invocando l’aiuto della mamma!

Naturalmente il pover’uomo non volle mai più mettere piede in quello che ormai considerava l’antro dell’inferno, e provò a disfarsi della casa. Tuttavia, la voce che fosse abitata da fantasmi pericolosi ormai si era diffusa ben oltre i confini della città, e nessuno ebbe il coraggio di comprarla. Proprio per il suo animo di commerciante, l’uomo si disperava: il pensiero del pessimo investimento lo uccideva più delle sigarette che aveva ricominciato a fumare dopo lo spavento. Era disposto a svendere l’immobile pur di recuperare un po’ di soldi.

La casa rimase invenduta per altri due anni, fino a quando Matteo, con una cifra modesta, si fece avanti. “Cos’ho da perdere? Alla peggio mi dirà di no” diceva tra sé mentre andava all’appuntamento con il commerciante ‒ quel giorno ‒ per proporgli l’acquisto, consapevole di non offrire molto. Fu sorpreso dal calore con il quale lo accolse l’uomo, che voleva disfarsi al più presto del castello, il peggior affare della sua vita. Quindi accettò la somma che Matteo poteva offrirgli e anzi, gli chiese di firmare subito il contratto per paura che il giovane cambiasse idea. Non poteva conoscere la vera storia di un bambino, di una casa e di una donna che si erano incontrati oltre il tempo e la morte.

Matteo era finalmente il proprietario di “Splendore” e davvero quasi al prezzo di una rimessa. Negli anni successivi diventò un architetto di fama e guadagnò finalmente abbastanza denaro per cominciare i lavori di ristrutturazione. Fece riparare ogni singolo oggetto. Trovò orologiai pazienti che rimisero in funzione gli orologi, sarte provette che ricucirono tendaggi e cuscini, drappi e merletti. I tappezzieri ridiedero vita ai divani e alle poltrone, i muratori più esperti rimisero a nuovo muri e infissi, e Matteo si occupò personalmente di trovare, in giro per mezzo mondo, pezzi originali mancanti uguali a quelli che il tempo aveva distrutto, come le maniglie di porte e finestre. Trovò persino un’officina di stampa artigianale dove commissionò la produzione di carta da parati uguale a quella che decorava i muri, portando come campione qualche brandello rimasto qua e là. A restauratori esperi fu affidato il compito di recuperare i dipinti, a maestri ebanisti i mobili. Lavorarono tutti con insolito fervore: Matteo li aveva contagiati con il suo entusiasmo e aveva raccontato la sua storia, che in fondo era una grande storia d’amore. Ci vollero otto anni e tanti soldi, ma alla fine Splendore tornò alla sua antica bellezza.


Matteo decise di inaugurare la casa in pompa magna e organizzò una festa sontuosa. A nessun invitato sfuggì la sensazione di trovarsi in un luogo magico, che sapeva colmare i cuori di gioia.

Dopo anni felici nel suo palazzo, un mattino di primavera il proprietario vide una giovane ferma davanti al cancello. Era scesa dalla bicicletta e guardava la casa con la bocca spalancata, in completo rapimento. Matteo la osservò a lungo dalla veranda, dove stava consumando il suo tè nelle porcellani inglesi. Riconobbe la stessa meraviglia, la medesima attrazione provata da bambino la prima volta che aveva visto Splendore. Non seppe resistere, si affacciò e invitò la ragazza a entrare. Quando la guardò da vicino ebbe quasi un colpo: somigliava in modo impressionante alla donna del dipinto, la vecchia padrona di casa! Non volle spaventarla rivelando una cosa tanto sconvolgente, quindi offrì una visita guidata ma evitò la camera da letto dove ancora troneggiava il quadro della contessa.


Maria, così si chiamava la ragazza, amò Splendore fin dal primo istante, proprio come accadde a lui, e quasi sembrava riconoscere ogni stanza, ogni angolo e oggetto. Prendeva tra le mani le statuine di Limoges, accarezzava le lampade e sfiorava i tessuti delle poltrone come presa da lontanissimi, nostalgici ricordi. Matteo non si chiese il motivo della straordinaria somiglianza tra Maria e la contessa, né perché alla donna fosse così familiare il palazzo. Amò Maria dal primo giorno, certo che fosse la compagna destinata a lui.


Non si chiese mai nemmeno se le case e gli oggetti abbiano un’anima, miracolosamente generata in loro dall’amore degli uomini. Aveva compreso, o lo sapeva da sempre nell’intimità del suo cuore, che la vita è in ogni atomo, quindi in ogni cosa esistente. Forse addirittura nel pensiero di ogni cosa, prima che sia creata.

I DONI DI BABBO NATALE

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C’era una volta una bambina che aveva paura del suo armadio. Ogni sera, prima di scivolare nel sonno, teneva d’occhio la porta del guardaroba con le coperte tirate su fino al naso. Temeva che prima o poi ne sarebbe uscito un mostro, e addormentarsi con tali pensieri non è salutare: infatti faceva spessi brutti sogni. A niente servivano le rassicurazioni di mamma e papà: anche se Ornella era molto coraggiosa, quello stanzino proprio la terrorizzava!



La notte prima della vigilia di Natale, mentre fissava l’armadio come di consueto, una strana luce cominciò a filtrare da sotto la porta. Cosa stava succedendo? Forse il tanto temuto mostro era pronto a rivelarsi in tutta la sua bruttezza? Sarebbe balzato fuori e l'avrebbe pappata in un boccone? Ornella aveva la pelle d’oca e la lingua paralizzata, tanto da non poter nemmeno gridare. Tuttavia, dopo lunghi minuti di terrore, la curiosità ebbe la meglio sulla paura e decise di scendere dal letto per dare un’occhiata dentro lo stanzino.



Fece un lungo respiro, afferrò il pomello e… meraviglia! La porta si spalancò davanti a un tunnel, un lungo buco scavato nel muro, e in lontananza si vedeva il bagliore della misteriosa luce. Anche se il suo cuore batteva forte e le sue gambe erano diventate molli come gelatina, Ornella s’incamminò dentro lo stretto passaggio, alto giusto quanto lei.


Il tunnel finiva in una grande stanza illuminata da luci rosso rubino, verde smeraldo e oro. Quando gli occhi della bimba si abituarono all’accecante bagliore, videro lo spettacolo più stupefacente che si possa immaginare: migliaia di giocattoli erano stipati sopra a un numero infinito di mensole, e a terra, e in ogni angolo, tra pile di carta colorata e fiocchi.
Un vecchio   che la bambina vedeva di spalle  era seduto a un grande tavolo e stava scrivendo. Vestiva di rosso e i suoi capelli sembravano fatti di soffice neve bianca.


«Accomodati Ornella» disse il vecchio sempre di spalle.
«Oibò, come conosce il mio nome se nemmeno si è girato a guardarmi?» pensò la ragazzina al colmo dello stupore. Poi l’uomo si voltò e nel suo viso paffuto, nella lunga barba candida e nel sorriso inconfondibile, lo riconobbe: era nientepopodimeno che Babbo Natale!

«Sei venuta a chiedermi il tuo regalo?» continuò il magico vegliardo.
“Ma io… io… » balbettava Ornella ancora incredula.
«Coraggio, dimmi cosa desideri trovare domani sera, sotto l’albero».
Finalmente la bimba ricominciò ad avere pensieri sensati (tanta meraviglia aveva un po’ confuso le sue idee) e rispose: «Vorrei una di quelle bambole che sembrano veri neonati ma costano troppo e i miei genitori sono poveri. Io ho risparmiato tutti i soldini ricevuti dai nonni, e le paghette, e persino i soldi della merenda, ma non saranno mai abbastanza!»



«Mia cara» rispose Babbo Natale con voce paziente. «Non sono certo i soldi a farti ottenere ciò che vuoi, bensì è il vero desiderio! Quello del cuore, unito alla capacità di immaginare la cosa desiderata e alla forte, incrollabile fede che prima o poi la otterrai».
Ornella ascoltava ma non era affatto sicura di capire cosa le stesse dicendo il vecchio.
«C'è un’ultima cosa» proseguì l’uomo. «Devi compiere un’azione, non puoi startene con le mani in mano aspettando che il tuo desiderio cada dal cielo. Insomma devi darti da fare!»

Dopo le ultime parole di Babbo Natale la bimba ebbe un sussulto, e mentre apriva gli occhi si accorse che era mattina e lei trovava nel suo letto. «E' stato solo un sogno» pensò a quel punto. La porta adesso era chiusa ma decise di controllare, quindi saltò fuori dalle coperte e corse ad aprire l’armadio: nessun tunnel, nessuna luce, era il solito di sempre, con dentro i soliti vestiti e le solite scatole.

Quel mattino, mentre faceva colazione, chiese alla mamma di accendere il computer e di poter guardare   ancora una volta   le immagini dei bambolotti che tanto amava, almeno per sognare un po’ visto che non poteva comprarli. Trascorse il resto della giornata a immaginare di cullarne uno, e le sembrava tutto reale mentre con la fantasia gli dava il biberon e gli cambiava il pannolino. Un sogno a occhi aperti che conosceva bene perché lo aveva ripetuto infinite volte.


Venne sera, la sera della vigilia. Un grosso pino natalizio svettava nella sala da pranzo, tutto luccicante di palline dorate, e ai piedi dell’albero c’erano tanti pacchi e pacchetti d’ogni forma e colore. Ornella si chiedeva quale fosse il suo, e non vedeva l’ora che arrivasse mezzanotte, l’ora nella quale tutti avrebbero finalmente potuto aprire i regali.
I parenti stavano arrivando perché nella sua famiglia c’era la bella tradizione di cenare tutti insieme ogni anno alla vigilia del Natale. Per ultima arrivò trafelata un’anziana, ricca zia che abitava lontano, e che poteva riunirsi ai suoi cari solo durante le feste. Teneva sotto braccio una grossa scatola rosa, e appena entrata in casa la sistemò sotto l’albero insieme agli altri pacchi.

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Allo scoccare della mezzanotte ci fu un’allegra ressa intorno all’alberello, ciascuno a cercare il proprio dono come in una caccia al tesoro. Ornella era divertita perché i suoi parenti sembravano diventati bambini curiosi e pieni di gioia, ed era questa la cosa più bella e magica del Natale. Quindi anche lei cercò il suo, e lo aprì: conteneva un grande libro di fiabe con tante bellissime immagini colorate, proprio un magnifico regalo!

Ormai tutti i familiari avevano aperto i loro doni, tra ringraziamenti, gridolini e abbracci: chi una sciarpa, chi un orologio, chi un libro chi un oggetto per la casa. Ma restava ancora un pacco: quello rosa con il fiocco bianco.
«Coraggio Ornella, è tuo, aprilo!» esclamò la zia che viveva lontano.

La bimba si avvicinò di nuovo all’albero e con le mani tremolanti strappò la bella carta rosa. Dentro la scatola, avvolto in una copertina di morbida lana azzurra, c’era un bambolotto, proprio uno di quelli troppo costosi che tanto a lungo aveva desiderato. Non poteva credere ai suoi occhi, e anche la mamma di Ornella era stupita!
«Come hai fatto a sapere che mia figlia desiderava una di queste bambole?» Chiese alla zia.
«Non ci crederai ma me lo ha suggerito in sogno Babbo Natale!» rispose l’anziana parente.


La bambina era al settimo cielo dalla gioia e capì che aveva fatto tutte le cose necessarie affinché il suo desiderio si avverasse: lo aveva desiderato con tutto il cuore, immaginato con tutta la forza della sua fantasia, ed era rimasta fiduciosa che un giorno, non importa quando, avrebbe realizzato quel sogno. Infine aveva fatto qualcosa di concreto, come per esempio risparmiare soldi, o dedicarsi alla ricerca di quelle bambole tanto amate per capire come facevano gli artisti a costruirle, di cosa erano fatte e via dicendo. Capì insomma che Babbo Natale raccoglie le informazioni sui desideri degli uomini solo in questo modo, e lo aveva detto lui in persona! E scoprì che il magico vecchio non scende soltanto dal camino: è un mago, quindi può attraversare tunnel fatati dietro gli armadi e persino servirsi di qualcuno, come aveva fatto con la vecchia zia, magari quando è troppo occupato per muoversi di persona!

 Forse a volte i desideri impiegano tanto tempo ad avverarsi, forse certe volte sono più rapidi, e forse qualcuno, chissà perché, proprio non si realizza, però accipicchia, che bel viaggio, che magica avventura è darsi da fare perché diventino realtà!

Surfisti della vita


Concentrarsi sui problemi è fallimentare, ed è spesso l'alibi di chi rifiuta la responsabilità delle cose andate storte. Allora è un continuo avvicendamento di pensieri del tipo: "Come sono sfortunato, capitano tutte a me", e via dicendo su questa frequenza depotenziante. 

Insomma si perde tempo a guardare solo ciò che non funziona, a rimuginare sulla propria vita magari non abbastanza felice. Tuttavia in questo modo i problemi restano, anzi ingigantiscono, mentre noi perdiamo sempre più energia, potere e speranza. 

Quando un amico parla di qualche difficoltà, a suo dire insormontabile, capita che noi vediamo soluzioni grazie alle quali potrebbe scavalcare un ostacolo, o aggirarlo; spesso però l'amico oppone grande resistenza e tira fuori una lista infinita di motivazioni che argomentano come i nostri suggerimenti non siano adatti a lui. Diventa un vero e proprio muro di gomma. La stessa cosa facciamo noi quando abbiamo un problema e qualcuno ci mostra una possibile soluzione: allora è il nostro turno di trasformare la mente in un muro invalicabile. 

Perché questi muri? Perché li alziamo? Perché siamo rigidi, abbiamo idee preconcette su tutto e su noi stessi, siamo guidati da programmi e credenze che non sappiamo nemmeno di avere. 

Essere surfisti nella vita significa trovare il coraggio di cambiare; modificare le abitudini, sperimentare nuovi stili di vita prima di sentenziare che certe cose proprio non fanno per noi. La morbidezza, il darsi la possibilità di cambiare opinione, sono alleati preziosi e possono fare la differenza su tutto, possono aprirci nuove e impensabili strade, mostrarci inaspettati orizzonti. 

Insegnare ai bambini come affrontare i momenti difficili pensando alle soluzioni e non ai problemi, stimola le loro innate abilità creative, la loro intelligenza e la fiducia, perché si diventa degli inguaribili ottimisti quando si ha la certezza di poter superare qualunque ostacolo. L'ottimismo porta con sé frequenze più alte, che a loro volta attrarranno eventi, sincronicità e situazioni che diventano segnali sulla via da percorrere. 

 Quindi, quale dono migliore per un figlio se non quello di insegnargli a fare surf tra le acque impetuose della vita?

Le credenze


Le credenze negative, cioè le brutte cose che pensiamo di noi, sono rifiuti tossici. E come i rifiuti radioattivi – seppelliti sotto terra a nostra insaputa da gente corrotta – prima o poi ci faranno ammalare, le credenze sono seppellite dentro di noi e ci rovinano la vita. Un vero e proprio sabotaggio silenzioso, che distrugge dall'interno, che agisce senza ostacoli. Perché non tutte le credenze negative sono facili da individuare, e se non le conosciamo, come possiamo combatterle?

Potremmo dare loro un unico nome, proprio a causa dell'effetto – questo ben visibile – che generano: la bassa autostima. Mancanza di autostima significa non avere fiducia in se stessi, significa disamore ed essere sordi al richiamo dell'Anima.

 Aveva grandi progetti per noi, l'Anima, era qui per celebrare un'esistenza gloriosa, per cantare la nostra canzone, per onorare la nostra leggenda. Allora, ferita, si allontana, si ritira in un luogo dove esistono ancora intatti i sogni, le visioni, le speranze e i desideri. È per questo che in certi momenti di particolare avvilimento ci sentiamo corpi vuoti, automi che camminano senza l'Anima, come se l'avesse rubata un orco malvagio.

E sì, l'orco esiste: i suoi denti sono le parole cattive che diciamo a noi stessi, gli artigli sono i pensieri depotenzianti che ci paralizzano di paura, la voce roca e spaventosa è il giudizio malevolo che ci gettiamo addosso.

Il lavoro necessario a cambiare le cose è durissimo. Bisognerebbe prima scovarle tutte, queste credenze, originate chissà dove e chissà quando magari in tenera età, per qualcosa che ci fu detto o fatto. Una volta trovate arriva l'ardua impresa di guardarle bene in faccia e capire che non sono reali, non ci appartengono, sono un cumulo di menzogne. L'unica verità è la luce dell'amore. Nel nucleo più profondo del cuore lo abbiamo sempre saputo; e allora sono vere di noi solo le parole amorevoli e che portano luce.

Da adulti il lavoro è faticoso, quindi non sarebbe molto meglio diventare adulti privi di credenze negative? Basterebbe sorvegliare i bambini affinché mai nessuna credenza velenosa si aggrappi alla loro mente, e resti lì a erodere in segreto la naturale fiducia che hanno in sé e nella vita. Basterebbe spiegare che è molto importante usare solo parole buone, che fanno stare bene, quando parlano in prima persona, e a non credere alle cattiverie altrui. Questo tipo di lavoro educativo è il fondamento per la costruzione di un individuo sano. Solide fondamenta reggeranno solidi edifici.

Ho scritto una fiaba per bambini e ragazzi che racconta come funzionano le credenze: "Lo iettatore". Sarà pubblicata a febbraio sul mio blog La Terra Dei Magi, nella web tv di AnimaEdizioni: Anima.tv.
http://anima.tv/graziacatelli/

L'Arte del Risveglio


La maggioranza della gente vive come un automa mosso da programmi installati, software che controllano la "macchina" uomo. Questo persone hanno reazioni codificate, tutte uguali e prevedibili.
Vite vissute dentro una coscienza collettiva che sogna la stessa, illusoria realtà.

Ci sono poi le persone in dormiveglia, cioè che cominciano, faticosamente, a svegliarsi. Provano sensazioni simili a quelle sperimentate nei sogni lucidi, quando la consapevolezza di stare sognando arriva a singhiozzo in brevi squarci di lucidità. E' proprio come quando sappiamo di dormire, perché una parte di noi è stranamente sveglia e se ne accorge, e vorremmo svegliarci del tutto ma non riusciamo a farlo.

 Allora il pensiero si attiva e immagina l'atto fisico di mettere le gambe giù dal letto. In realtà siamo ancora sdraiati e presto il sonno torna a sommergere la coscienza, fino a quando diventiamo di nuovo semi-coscienti e tentiamo ancora una volta di svegliarci. Comincia una vera e propria lotta tra il sonno e la veglia. Gli sforzi volontari e la ripetizione delle immagini di noi stessi fuori dal letto, in piedi e svegli, alla fine hanno la meglio, e finalmente ci svegliamo davvero.

Infine esistono e sono sempre esistiti in ogni epoca i risvegliati, i Maestri come Gesù, Budda e altri, una minoranza dell'umanità.

Dunque l'atto del risveglio è uno sforzo volontario. Ci viene in aiuto l'immaginazione, come abbiamo visto. Tuttavia servono costanza, fede, pratica e studio. Come in tutte le cose, è la volontà di volere qualcosa, è l'atto di desiderare a mettere in moto gli eventi. E se l'immaginazione (come immaginiamo il nostro corpo già sveglio mentre ancora dorme), la costanza nel fare (non arrenderci e continuare nello sforzo di scendere dal letto), la fede che riusciremo nell'impresa (dopo ripetuti tentativi ci svegliamo veramente) sono gli strumenti del risveglio, allora li possediamo tutti. Ma ne esiste un altro: le fiabe. Le belle fiabe hanno un grande potere perché lavorano nel profondo bypassando la mente razionale.

Durante il lavoro, mentre l'Anima attende impaziente di realizzare il Suo Glorioso Progetto - che non può compiersi finché siamo nel sogno - abbiamo il compito di insegnare ai ragazzi l'arte del risveglio, e ai più piccoli - che non si sono ancora addormentati - permettere di restare nel loro divino stato di veglia.

La gratitudine


Il fior di vetro è una deliziosa piantina che in botanica si chiama Impatiens. Una sua peculiare caratteristica è quella di reagire anche al tocco più lieve sparando letteralmente i propri i semi.

Non è in fondo simile alla gratitudine? Questo fertile sentimento sparge semi attorno, che come quelli del fior di vetro cadono nel terreno e danno vita a nuove pianticelle. Le nuove piantine cresceranno fino a fiorire e a spargere attorno altri semi.

Pian piano, da un piccola pianta fiorirà un giardino, poi un campo, e poi chissà, forse l'intero pianeta.

Così la gratitudine si espande, colorata e fertile, per dare gioia e profumo a tutta la terra. E' una grande magia da insegnare ai bambini.