LO SPECCHIO MAGICO E IL SEGRETO DELLA FELICITA'


C'era una volta un bambino povero. Si chiamava Leone e non era affatto contento di essere povero. Bella scoperta, direte voi! Piano, una cosa alla volta: è necessario che prima vi racconti la sua idea di povertà, perché ciascuno intende le cose a proprio modo, e per molti bimbi della terra quella parola significa ad esempio patire la fame. Secondo Leone, invece, povertà era l'ansia della mamma quando non aveva abbastanza soldi per fare la spesa, e capitava che alla cassa dei supermercati si trovasse nell'imbarazzo di dover scegliere quale prodotto rimettere sullo scaffale, cioè a quale cosa avrebbe potuto rinunciare la famiglia quella settimana. Era povertà il doppio lavoro di suo padre, che tornava a casa sempre troppo stanco per giocare con lui e i fratellini, e non aveva nemmeno la forza di ascoltare il loro chiasso. Povertà erano i vestiti usati che gli passavano i fratelli maggiori, era la sua scatola da sei pennarelli, così misera davanti alla favolosa confezione di latta da cinquanta colori del compagno di banco. E gli zaini degli altri ragazzi sempre nuovi ogni anno, tanto sgargianti da far sembrare orrenda la sua vecchia sacca di tela. Anche le avventure delle vacanze al mare che raccontavano gli amici a settembre, mentre lui non era mai stato in vacanza.


Insomma, erano un sacco di cose che non poteva avere. Ma il Natale... il Natale sì che faceva sentire Leone davvero povero! Nelle settimane precedenti alle feste non sentiva parlare d'altro che di regali dai suoi compagni, e non sembravano nemmeno emozionati nonostante descrivessero giocattoli meravigliosi perché erano sicuri che li avrebbero ricevuti. Lui no. Non riceveva mai quello che desiderava! Perché gli era toccata la sfortuna di nascere povero?

Un pomeriggio d'inverno mancavano due giorni al giorno di Natale Leone tornava dal negozio del quartiere con una busta della spesa. La mamma gli aveva commissionato latte e biscotti, una confezione risparmio da cinquecento grammi, non quelli al cioccolato che a lui piacevano tanto. Lungo la strada si lasciò cadere seduto su una panchina, tutto ricurvo come un sacco vuoto; non gli andava di tornare subito a casa. Una pozzanghera lì accanto rifletteva il suo volto triste, e mentre si specchiava nell'acqua, parlava a se stesso: «Sei proprio sfortunato!» E più diceva quelle cose più si sentiva triste, più si sentiva triste più gli sembravano vere quelle parole. All'improvviso, un altro volto apparve riflesso nell'acqua accanto al suo: il volto barbuto di un vecchio che non aveva né visto né sentito arrivare. Tantomeno sedersi su quella panchina!


 «Ma guarda lì che faccia! Sei più grigio dell'acqua sporca nella pozzanghera!»
Leone sussultò alle parole dell'uomo. Distolse lo sguardo dalla pozza e guardò l'anziano signore negli occhi.
«Sono triste per un motivo serio» rispose.
«Quale sarebbe?» chiese il misterioso interlocutore.
«Io e la mia famiglia passeremo il solito Natale senza doni e senza cose speciali da mangiare. Siamo poveri».
«Uhm» mugugnò il vecchio grattandosi la barba bianca.

Due operai stavano passando nelle vicinanze e trasportavano insieme uno specchio antico molto grande, a piccoli passi per non scivolare sul terreno umido.
«Gentili signori, potreste farci un grandissimo piacere?» Il vecchio si alzò in piedi nel rivolgere la parola ai due, che si fermarono e posarono a terra il pesante oggetto.
«Ecco grazie, tenetelo fermo così» disse l'uomo soddisfatto mentre faceva alzare Leone dalla panchina e lo spingeva gentilmente davanti allo specchio. «Qui puoi vederti meglio. Coraggio, dimmi cosa vedi».
«La mia faccia triste, e i calzoni di mio fratello maggiore che oramai sono corti anche per me!»
«Bene» ribatté il barbuto signore mentre aggiustava la posizione del bambino davanti alla specchiera. «Vedi tristezza perché la superficie riflettente di questo oggetto te la rimanda tale e quale. Ora prova a sorridere».

Leone si girò a guardare lo strano personaggio con aria interrogativa, ma poi obbedì, si voltò di nuovo verso lo specchio e fece un ghigno, come quando si sorride controvoglia.
«Spero che tu sappia fare di meglio!» Disse il vecchio aggrottando le sopracciglia candide e folte. Ma il suo cipiglio sembrava ironico.
«Ehi, noi stiamo lavorando, se avete voglia di giocare...» L'operaio non poté finire la frase perché il compagno gli allungò un calcio, e gli fece anche un gesto eloquente perché si togliesse il berretto, in segno di reverenza verso l'anziano. A dire il vero quel tipo alto e barbuto, dai modi risoluti e regali, suscitava uno spontaneo rispetto. Doveva essere così per forza se aveva convinto facilmente due operai a interrompere il lavoro e reggere uno specchio, immobili nel freddo polare di quel giorno, senza che nemmeno sapessero perché lo stavano facendo!

 Leone finalmente sorrise come si deve, con il viso aperto e gli occhi luminosi.
«Oh ecco, questo sì che è un sorriso! Quindi adesso cosa vedi?»
«Beh, vedo me che sorrido!»
«Coraggio, guarda meglio, dimmi di più». Il vecchio roteò il palmo di una mano nell'aria, come un direttore d'orchestra che invita i musicisti ad alzare il volume del suono.
Leone rimase in silenzio qualche minuto a osservare se stesso nello specchio, mentre il suo sorriso diventava sempre più largo e spontaneo. «Vedo un bambino felice» disse infine.
«Esatto, vedi un bambino felice, mentre poco fa vedevi un bambino triste. Ma chi ha dato allo specchio un'immagine triste e poi un'immagine felice?»
«Eh?» Esclamò l'operaio che prima aveva fretta, grattandosi la testa confuso. Prese un altro calcio dal collega, il quale ammiccò verso il vecchio come per dire: «sta zitto e ascolta!»



«Sono stato io a dare le immagini a questo specchio» rispose Leone, che nel frattempo era passato dal sorriso al riso per la comica scenetta degli operai.
«Esatto, sei stato tu!» Il vecchio scandì le parole e assunse un'aria solenne. «Ti svelo un grande segreto, ascoltami bene. La vita è come uno specchio: riflette quello che le mostri. Quando sei triste lanci nel mondo immagini di scontento e infelicità, e allora vedrai soltanto quelle intorno a te, perché lo specchio della vita potrà riflettere solo il tuo scontento e la tua infelicità. Se invece manderai immagini di gioia, come stai facendo adesso, lo specchio, obbediente, rifletterà la gioia. L'esistenza sarà gioiosa! Solo tu hai questo potere sulla tua vita, tu e nessun altro! Sei un potente creatore, di bellezza o di bruttezza, di felicità o disperazione. Puoi scegliere».

Leone non era sicuro d'aver capito tutto, ma di una cosa era certo: continuava a sorridere e provava gioia! Anzi, aveva proprio voglia di ridere, perché gli operai stavano facendo anche loro qualche prova, chinati sullo specchio per guardarsi mentre sorridevano a trentadue denti! Erano davvero buffi! E rideva anche il misterioso vecchio. E anche una coppia di sposi a passeggio; i coniugi non sapevano perché, ma vedere gli altri ridere li faceva divertire e ridere a loro volta. Poi passò il droghiere, che nel frattempo aveva chiuso la bottega; tutta quella gente allegra lo mise di buon umore e camminò a passo svelto verso casa con aria pacioccona e felice. Adesso l'emozione di Leone era al culmine perché accadeva qualcosa di stupefacente: tutto il mondo attorno a lui era cambiato davvero! Ed era successo perché aveva cominciato a sorridere! 

 «Perché funziona così? Chi l'ha inventata questa cosa?» Domandò mentre saltellava euforico.
«Appunto volevo proprio...» L'operaio il solito curioso dei due stava per dire che voleva fare la stessa domanda, ma si fermò per l'occhiataccia del collega; occhiataccia che in verità non aveva visto, ma era sicuro di averla ricevuta!
«Mio caro bambino» rispose il saggio. «È una delle prodigiose, magiche leggi della vita. Ce ne sono tante, una più magica dell'altra...»
Ecco, lo sapeva: c'era di mezzo la magia! Leone si accontentò della risposta ricevuta dal vecchio, certo che non fosse possibile spiegare davvero le faccende magiche. O forse invece era possibile? Ma già nel cielo scuro apparivano le prime stelle, si era fatto tardi, doveva tornare a casa. Abbracciò il vecchio e ringraziò gli operai, che salutarono sventolando i berretti, gioiosi come non si erano mai sentiti in vita loro. I due uomini poi sollevarono lo specchio e, dopo una specie d'inchino rivolto al saggio barbuto, si rimisero in marcia, grati perché aveva insegnato anche a loro tale grande segreto.


Leone entrò in casa con ancora un bel sorriso stampato sul volto. La mamma guardò il ragazzino stupita, ma contenta di vederlo finalmente allegro, quel figlio musone!
«Cosa ti è successo?» gli chiese mentre toglieva le mani dal lavello pieno di sapone e piatti da lavare.
«Ho imparato una cosa fantastica oggi, mamma! La voglio insegnare anche a voi».

Il bambino prese per mano suo fratello minore e lo portò con sé nella camera dei due fratelli maggiori.
«Ho un'idea!» esclamò rivolto a tutti. «Facciamo una piccola commedia la notte di Natale! Mamma e papà lavorano tanto per noi, meritano un regalo specialissimo».
I tre fratelli ci pensarono un po' su, poi risposero che sì, era proprio una bella trovata! Si divisero i compiti: il maggiore avrebbe costruito un teatrino con oggetti trovati in soffitta, il secondo in ordine decrescente di età avrebbe fatto i costumi, era bravo con forbici e colla. Leone era lo sceneggiatore, e il piccolo... beh, il minore doveva aiutare un po' tutti alla bisogna.


La notte di Natale, durante la cena, i ragazzi non stavano nella pelle per la gioia di fare la grande sorpresa ai genitori. Leone guardava mamma e papà scambiarsi occhiate affettuose, e ricordò che ogni sera suo padre, al ritorno dal lavoro, non dimenticava mai di dare un bacio alla moglie. Pensò a tutte le buone cenette che sapeva cucinare la mamma con gli ingredienti semplici che potevano permettersi. E guardò il suo piatto, dove un bel pezzo di pollo arrosto mandava un profumino delizioso. In cucina c'era persino la torta, decorata con glassa al cacao e alberelli natalizi di mandorle e zucchero! Si sentì molto fortunato. Non era più un bambino povero; circondato da tanto amore, adesso era il ragazzo più ricco del mondo! Cosa stava accadendo, forse un miracolo? No, era una magia, e l'aveva creata lui, ora che sapeva come fare, ora che lo specchio della vita rifletteva la sua immagine felice!

I fratelli avevano ridacchiato, complici, durante tutto il pasto, e una volta finita la cena saltarono letteralmente giù dalle sedie per cominciare lo spettacolo. Il fratello maggiore sbucò vestito di nero fuori dai teli che facevano da sipario, con una finta barba bianca e incedere solenne. Leone e l'altro fratello avevano due berretti in testa e reggevano uno specchio, e il piccolo sedeva sopra a una cassa che fungeva da panchina, con l'aria triste da attore consumato. Leone aveva messo in scena l'incontro con il vecchio, che più ci pensava più era sicuro fosse un mago! Con quel piccolo spettacolo voleva insegnare alla sua famiglia il segreto della felicità. E ci riuscì, perché la misteriosa legge dello specchio piacque a tutti, anzi, li entusiasmò, e tutti decisero di metterla in pratica.



I genitori applaudirono i figli, si erano divertiti moltissimo ed erano commossi. Mentre la casa risuonava di chiasso gioioso, suonò anche il campanello. Mamma e papà si guardarono in faccia con aria interrogativa: non aspettavano nessuno! Quando aprirono la porta, videro un sacco poggiato a terra e una figura di spalle che si allontanava rapidamente. I ragazzi nel frattempo pigiavano accalcati l'uno contro l'altro dietro ai genitori, per vedere chi aveva suonato il campanello della loro casa nella notte di Natale. Quando il papà trascinò dentro il sacco e lo aprì, calò un silenzio fatato: era pieno di doni! Ce n'era uno per ogni componente della famiglia e ciascuno ricevette una cosa che aveva molto desiderato. Il dono di Leone fu uno zaino nuovo, favoloso, con dentro una favolosissima scatola di cinquanta pastelli colorati, un album da disegno con un sacco di fogli, e persino la serie completa dei suoi pupazzetti preferiti. Quante storie e avventure avrebbe potuto inventare adesso con tutti i personaggi al completo, e quanti bei disegni sarebbe riuscito a creare! Era troppo felice, gli veniva quasi da piangere!


Nessuno riuscì mai a sapere chi avesse portato doni nella notte di Natale più bella dell'intera famiglia. Nessuno tranne Leone, il quale era riuscito a vedere per un breve istante quel misterioso benefattore prima che sparisse nel buio, e aveva riconosciuto il vecchio saggio barbuto. Si trattava proprio di un mago, ora lo sapeva. Il mago più grande di tutti, il più amato dai bambini: Babbo Natale!



Aspetto la befana, quella vecchia rinsecchita
perché l'ultima volta ha vinto la partita.
Sempre, lo sapete, anno dopo anno,
porto tanti doni tra Natale e capodanno.
Lascio bei regali accanto al focolaio
ma non vado via, aspetto il sei gennaio!
Aspetto la vecchina e vinca il migliore
a palle di neve che non fanno rumore.
Stavolta vinco io, son proprio sicuro
lancio la palla forte come un siluro!
La mando per terra a gambe all'insù

così le feste non porta via più!

Leggere le fiabe ai bambini


Ogni "viaggio", comincia da un'idea, ogni cambiamento da una scintilla, ed entrambi sono accesi dall'immaginazione.

"La fine del giorno si annunciava limpida e serena.
Gli ultimi colori del sole gettavano fiamme rosa e turchesi nell’oscurità ormai prossima.
Come ogni sera, Tim lasciò aperta la finestra.
Gli piaceva addormentarsi guardando apparire in cielo le prime stelle.
E quando ormai se n’erano accese a milioni, chiudeva gli occhi, certo di portare la loro luce con sé, ovunque i sogni l’avessero condotto.
«Forse c’è un bambino come me, in qualche lontanissimo punto dell’universo, dall’altra parte del cielo. Forse sta guardando in su, da un altro pianeta, e si domanda la stessa cosa.
Vorrei un’astronave per viaggiare tra le stelle!»
«Lo sai che le astronavi del nostro secolo non compiono ancora viaggi intergalattici. Devi trovare un altro sistema. Magari diventare più leggero del vento, più veloce di un raggio di luce, più istantaneo di un pensiero…»
 Socrate aveva risposto, continuando a fissare le stelle sdraiato accanto a lui".

Da: "I viaggi di Timoteo, incontri con l'Angelo e altre creature straordinarie".








Leggere le fiabe ai bambini


Cosa è una fiaba? E'il regno della fantasia dove ogni cosa immaginata diventa possibile, dove qualunque pensiero può manifestarsi davanti agli occhi della mente; è quindi la bacchetta magica della creazione. E'un luogo stupefacente e segreto dove ciascuno di noi entra quando desidera sognare e dissetarsi alla fonte della bellezza e della poesia. Nella fiaba il nostri cuori diventano puri, raccogliamo la spada dell'eroe per affrontare le paure più profonde, combattere draghi e streghe in una lotta tra il bene e il male dalla quale usciamo vittoriosi. Le favole sono viaggi attraverso i simboli e le metafore dell'esistenza, strumenti di alchimia per l'anima, ponti di luce tra l'uomo e l'universo. Leggere fiabe ai piccoli significa coltivare i germogli divini, sacra eredità della loro nascita, e permettere che sviluppino radici per crescere fino ad una straordinaria fioritura. I bambini della nuova era scendono sulla terra per generare la luce e il risveglio della consapevolezza; il nostro alto compito è quello di permettere loro di ricordare da dove provengono perché possano operare la potente, meravigliosa trasformazione del nostro pianeta. 

L'Amicizia il Paradiso e l'Avventura della Felicità prima puntata


Quel giorno in Paradiso c'era un poco di rumore
e sempre in ogni giorno dall'inizio del creato
a compiere missioni decise dal Signore,
l'esercito degli Angeli era tutto affaccendato.

Arcangeli gagliardi, comandanti regali,
eseguivano gli ordini dei vice-generali,
prodigiosi Cherubini e Serafini a molte ali,
per poi istruire gli Angeli, soldati ordinari,
secondo gerarchie da sistemi militari.

 Obbedienza era la prima delle leggi del sistema,
e dall'alto graduato fino all'ultimo Custode,
la rispettavan tutti senza mai darsene pena.
La seconda era il Servizio, un servizio con la lode!
Vuole dire far girare all'Universo le rotelle
perché voli una farfalla oppure brillino le stelle.

 Pur di numero infinito quelle creature alate,
c'era un ordine perfetto nel celeste Paradiso:
mai nessuno intraprendeva iniziative scellerate,
e ciascuno, che sapeva cosa fare di preciso,
lavorava molte ore, però liete e spensierate,

 Raccontavo che in quel giorno c'era il solito fermento,
mille e mille attività nel Divino Firmamento.
In un angolo sperduto del grandioso Paradiso
acquattato un Angioletto se ne stava tuttavia,
e con aria pensierosa dipinta sul suo viso
sospirava solitario colmo di malinconia.


Ramaèl che non lo aveva proprio visto da un bel po'
e da ore lo cercava dappertutto disperato,
in quell'angolo appartato finalmente lo avvistò.
Lentamente per rispetto, con il suo volo aggraziato,
sorridendo luminoso e lieve accanto gli planò.

 Ramaèl e Fiabèl erano Angeli soldato,
amici fratellini da quel magico momento,
un momento cominciato quando è cominciato il tempo.
Arricchivano l'un l'altro con diverse abilità
e operare nella gioia li rendeva più efficienti.
Sempre ridere e godere della gran complicità
ne faceva due Angioletti seriamente intelligenti!

 Ramaèl vide all'istante la tristezza fratello,
la gioiosità degli Angeli non è cosa fugace!
Si chiese quale fosse il suo terribile fardello
perché sono sempre allegri, non conoscono che pace!

 «Cosa accade?» domandò, nascondendo il suo dolore,
già sentiva quello stesso dispiacere dentro il cuore
perché in cielo come in terra tutto quanto è collegato:
la matrice di ogni cosa è la stessa nel Creato!

 Fiabèl disse sconsolato, continuando a sospirare:
«Tu lo sai cosa mi piace: amo scrivere novelle,
ma vorrei anche qualcuno cui poterle raccontare!»
«Hei, puoi raccontarle a me, io lo so che sono belle!
Dai fratello, sono pronto, tutto orecchie ad ascoltare!»

«Tu sai leggere il pensiero adorato fratellino, 
e sapresti già la fine dall'inizio di ogni storia!» 
La mente gli ronzava come fosse un arrotino 
a Ramaèl che zittì dentro una pausa obbligatoria. 

«Ecco qui la soluzione!» saltellando esclamò poi. 
«Fingerò di non sapere o di sapere solo un poco, 
farò finta per davvero, ci proviamo se lo vuoi!» 
«Non è affatto divertente se saprò che fai per gioco!» 

 A quel punto ormai sembrava non ci fosse soluzione, 
tuttavia lo sanno tutti quanto Ramaèl fosse tosto. 
Risolvere un problema gli donava eccitazione, 
quindi mai si rassegnava, ci provava ad ogni costo! 

 Continuò così a pensare con la mente concentrata, 
nonostante il coccodè di mamma chioccia spaventata 
perché ancora non si apriva un uovo della sua nidiata. 
Già da ore becchettava disperato Zenzerino, 
per sgusciare dal suo guscio, quel povero pulcino! 

 Pensa, pensa, e pensa ancora, venne quasi folgorato 
da una bella soluzione a un problema complicato. 
«Suggerisci le tue fiabe a un umano luminoso, 
che sia tenero di cuore e di Spirito armonioso. 
Avrà cura di narrarle ai bambini di laggiù, 
dalla Russia fino al Congo e fino ai monti del Perù, 
ai bambini del pianeta della tanto amata Terra, 
dell'Australia o dell'Italia, dalla Cina a Gibilterra!»

«Wow che idea meravigliosa, tu sai sempre cosa fare!» 
Ora Fiabèl saltellava colmo di felicità.
Quella sì era una trovata degna da sperimentare,
degna del suo saggio amico e della sua genialità!
 Come sempre si conviene, ci voleva un piano astuto
per organizzare bene un viaggio tanto sconosciuto,
ma se Ramaèl dava aiuto con la sua grande saggezza,
in qualunque azione folle il successo era certezza!

 Ramaèl intanto accorse dalla chioccia disperata
che covava l'uovo chiuso della sua bella nidiata.
Il grosso babbo gallo dal potente becco giallo,
sembrava un maresciallo che chiamava un po' arrabbiato
e l'Angelo temeva anche di essere beccato!
Dopo un po' tornò felice dal suo ultimo mandato,
perché il tenero pulcino era finalmente nato.

Fiabèl era impegnato a compilare silenzioso
un elenco di nomi molto lungo e laborioso.
In angelico grafismo, che per noi umani è strano,
e con bell'inchiostro d'oro che brillava da lontano,
la lunga pergamena conteneva tutti i resti
dei candidati scelti tra milioni di terrestri.
Solo uno avrebbe poi avuto fiabe come ali,
scelto ancora non sappiamo con che arcane credenziali.

«Se non vieni insieme a me è un'impresa disperata!
Come al solito ho bisogno della tua praticità,
di quella tua saggezza profonda e meditata,
quel tuo fiuto eccezionale per la vera verità».

 Ramaèl rispose: «Sì» sonoro come un campanello.
Non aveva mai negato un aiuto a suo fratello.
Oltretutto quell'impresa di viaggiare tra la gente
gli sembrava originale e anche molto divertente.

 Dall'angolo sperduto del celeste Paradiso,
dove si erano appartati soli soli a complottare,
partirono per dire cosa avevano deciso
al Gran Capo Creatore, e Lo andarono a cercare.

 Il Sovrano fu benevolo e promosse la missione
ma guardandolo negli occhi si vedeva un ché di affranto,
perché sì, c'era un sorriso dentro quella Sua espressione,
tuttavia a guardare bene si vendeva un po' di pianto.

Gli Angeli notarono l'insolito Suo fare,
ma il Capo mai nessuno aveva osato interrogare!
Il Sovrano non lo disse mai di cosa si trattava
tuttavia sapeva bene cosa stava succedendo:
era il libero arbitrio che si manifestava,
e dentro Fiabèl stava adesso dirompendo.

Il libero arbitrio è come scendere in picchiata,
poi risalire in alto, poi giù fino all'asfalto,
rischiando troppo spesso una caduta accidentata.
E' insomma un folle volo ma farà volare in alto.

 Se Fiabèl rinunciava alla solita obbedienza,
poteva realizzare un desiderio personale
al quale lui da sempre aveva fatto resistenza.
Qualcosa di magnifico, di proprio eccezionale.
Lo dico ch'è importante, lo dico per inciso,
il fatto più di tutti veramente sorprendente
è che non succede tutto questo in Paradiso,
ma succede all'uomo perché lui è differente!


Benedetti dal Sovrano, e tanto emozionati,
verso il mondo umano partirono i soldati.
Ecco la dimora di quel primo candidato
profumata di cibo e scoppiettante d'allegria:
la mamma cucinava con amore un buon brasato
e il padre leggeva sul divano in apatia.

La prole sembrava un equipaggio ammutinato
che correva e schiamazzava in libera anarchia.
Ramaèl e Fiabèl ammirarono estasiati
le tre piccole pesti che giocavano ai pirati.

Tuttavia fu presto chiaro che qualcosa non andava.
Il padre stanco morto sul divano sonnecchiava:
non si curava affatto delle proprie creature!
Durante tutto il giorno duramente lavorava,
così la sera proprio non voleva seccature!

 «Non va bene, che disgrazia» Fiabèl era sconsolato,
gli piaceva quell'umano che credeva alla magia,
quindi cancellò il suo nome dalla lista addolorato.
Inventava grandi storie con immensa fantasia,
ma com'era da bambino se lo era già scordato.

Prima di partire, Ramaèl lasciò il suo dono:
una soffice carezza ma potente come un tuono!
Il piumato, lieve tocco fu più forte di un cannone:
regalò a quell'uomo stanco la potenza di un leone!

 Alzò gli occhi dal giornale che leggeva sul divano,
amò tanto quel rumore delle pentole lontano,
e fu grato per la cena che la moglie aveva cotto.
Poi guardò con meraviglia quei bimbetti nel salotto,
i suoi figli impertinenti che cercavano un biscotto.
 Fu così che si alzò lesto dal divano sorridendo,
li invitò a salirgli in groppa e poi corse via ruggendo.

Tra i lazzi e gli schiamazzi la serata fu speciale
quando venne anche la mamma con la cena celestiale.

Partirono felici gli Angioletti da quel posto
per volare dal secondo candidato di nascosto.
 (Continua)

L'Amicizia, il Paradiso e l'avventura della Felicit




    "L'Amicizia, il Paradiso e l'avventura della Felicità" 
è una favola in otto puntate che narra la storia di una grande amicizia. 
Un'amicizia che attraversa il tempo e lo spazio, perché quando i cuori sono allacciati in questo profondo sentimento, il legame che si crea è indissolubile.
L'amicizia è un solvente che smacchia il dolore dell'esistenza, 
è un fuoco che scalda il freddo della solitudine, 
un bene che che regala il riso più gioioso, cura le ferite e risolleva dalle cadute. 
L'amico è un dono prezioso, è un Angelo terreno che ha riconosciuto la nostra divinità.


Dedico questa favola alle mie più care amiche, i miei Angeli bellissimi e splendenti. 
La loro Luce ha rischiarato il mio cammino e ha reso migliore la mia vita. 
E la dedico a tutti coloro i quali possiedono il tesoro di un vero, grande amico. 
L'amicizia è un albero che dà frutti in terra e ha radici in Paradiso.



                                         


La resurrezione di Picchio Pistacchio


Picchio Pistacchio quel giorno era muto
perché il suo alberello era stato abbattuto.
Ma il suo cuoricino lanciava un grido
e piangeva in silenzio il perduto nido.
Dentro quell'albero lui era nato
c'era cresciuto e ci aveva abitato.
Era il rifugio nei giorni di vento,
l'asciutto riparo da piogge d'argento,
l'approdo sicuro d'inverno e d'estate
dal quale sbirciava stupende stellate,
e i raggi del sole di primo mattino
e lo sbocciare di un biancospino.

Volava triste quel giorno di maggio
senza speranza e senza coraggio.
Poi ecco a un tratto, come d'incanto
apparve un uccello proprio al suo fianco.
Era il sapiente, vecchio Giovanni,
un saggio rapace, un barbagianni.

«Non darti pena, mio caro amico,
e ascolta bene ciò che ti dico:
i bei ricordi sono il passato,
giorni perduti di ciò che è stato.
Se temi il futuro ancora t'inganni
perché non esiste!» affermò il barbagianni.
«Vivi il mattino, la notte, il presente,
non angustiarti per ciò che è assente.
Vivi adesso, assapora il tuo viaggio
godi d'esistere, disse il saggio.
La vera casa è dentro il tuo cuore
perciò tu non devi avere timore.
Il vero rifugio è solo in te stesso,
la vera gioia è nel vivere adesso.
Hai già una dimora ed è un castello,
tra tutti i nidi davvero il più bello.
Un ricco palazzo che l'occhio non vede
perché per vederlo ci vuole la fede.
Fede in te stesso e nella tua forza
un caldo fuoco che niente smorza».



A quelle parole fu come magia:
la pena del picchio sparì, volò via!
Disse, colmo di tenerezza:
«Grazie Giovanni, quanta saggezza!»
Poi, liberato dalla tristezza
volò assaporando del vento la brezza.
Dormì sotto il cielo di notte blu scuro
e mai si era tanto sentito al sicuro!
Casa era il cielo e le stelle a frotte
in quella stupenda, magica notte.
La sua casa era ovunque, ora sapeva,
una casa era ovunque lui la vedeva.


Picchio Pistacchio trovò un nido nuovo
accanto a un fiorito cespuglio di rovo.
Tuttavia già sentiva che l'avventura
poteva condurlo a una nuova radura,
a un nuovo bosco, a un nuovo fato.
Chissà quanti nidi avrebbe abitato!






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Leggere le fiabe ai bambini




È necessario offrire ai bambini la conoscenza delle leggi del cielo, prima che abbia il sopravvento una distorta visione del mondo.
Quest'ultima è il male, inteso non come demonio ma come tutta quella serie di false credenze che rendono l'essere umano uno schiavo quando, al contrario, nasce per essere un re.
Il male è l'ignoranza, cioè non sapere come funziona il microcosmo uomo nel macrocosmo universo. Male è la mancanza di fiducia in noi stessi, il vivere senza sapere quale missione abbiamo, quale grandezza potremmo raggiungere.
Male è la menzogna dei nostri presunti limiti, è ogni pensiero depotenziante che ci attraversa la mente.
Il bene si distingue dal male perché è verità, e la verità è sempre rivolta al bene.
Insegnare ai piccoli le leggi del cielo significa far loro il grande dono della verità del bene e renderli uomini liberi. La spiritualità non è religione né soltanto misticismo.
In realtà è un insieme di istruzioni pratiche.
 Queste istruzioni sono il cuore e il motivo delle fiabe che scrivo, delle quali, pur essendo artefice, sono anche allieva.

Grazia Catelli Siscar

Libro-Timoteo-Catelli








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Libro-Catelli-Principe-Mago












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Il magico volo della vita



Un giorno una farfalla stupendamente bella
vide una cavalla con finimenti e sella.
A mo’ di cavaliere volò sulla sua groppa
e dritta sul sedere urlò: «Dai su, galoppa!»
Chiese la giumenta, un po’ disorientata:
«Qualcosa ti tormenta? Sei forse spaventata?»
«Non voglio consumare le mie ali d’argento
nel troppo svolazzare di qua e di là nel vento!»
Poi, aggiunse ancora la farfalla vanitosa:
«L’acqua mi scolora se svolazzo senza posa!»
«Questa è proprio bella!» Nitrì la vecchia equina.
«Monti la mia sella inutilmente, che sciocchina!
Il vento fa l’amore mentre lieve ti accarezza,
hai così timore di provarne la dolcezza?
Pensa alla rugiada come perle di un forziere
posate sulla strada da un esperto gioielliere,
a nostro padre Sole che fa crescere foreste
a nostra madre Luna quando di magia le veste.
Ammirare il mare dai selvaggi scogli infranto,
assaporare l’aria della schiuma nello schianto,
sfrecciare su una vetta inesplorata, a te soltanto,
 a te che puoi volare è riservato questo incanto!
Illimitati cieli azzurri scendere e salire,
raccogliere i sussurri delle stelle all’imbrunire,
coi raggi del mattino e con le ombre della sera,
puoi fare nascondino mentre attendi primavera.

*Continua a leggere la filastrocca sul blog della Casa Editrice Anima.Tv

http://anima.tv/graziacatelli/2015/03/06/03-il-magico-volo-della-vita/

Leggere fiabe ai bambini



Creare magia per i nostri bambini significa partecipare al loro mondo stupefacente.
Penso alla bellezza di un momento, una sera, con candele accese intorno, forse qualche bastoncino d'incenso a inebriare l'aria, e un libro di favole, la calda voce narrante della mamma, del papà, del nonno, o di una tenera bambinaia...

Un tempo incantato che resterà per sempre nella memoria come gemma preziosa, come ricordo d'infanzia tra i più belli, capace di generare fiumi di fantasia e creatività.

Le menti dei bambini sono praterie sconfinate, e cieli infiniti e oceani immensi.
Possiamo donare pennelli e colori affinché dipingano la vita secondo il loro più profondo sentire. Sapranno materializzare una realtà di bellezza senza limiti, e non conosceranno limiti.

LA STORIA DELLA COCCINELLA E DEL TESORO NASCOSTO



Rossella era una coccinella garbata, amorevole e saggia. Abitava in un giardino insieme a tanti insetti, e alcuni di loro erano i suoi amici più cari. Come Lalla la farfalla, tanto svampita da volare spesso nella direzione sbagliata perché chissà dove aveva la testa, e poi bisognava andare a cercarla, altrimenti forse non avrebbe più trovato la strada di casa! Come Doriottero il coleottero, che vinceva sempre le gare di volo acrobatico: nessuno riusciva a salire più in alto di lui nel cielo azzurro. C'era Camillo il grillo, un vero chiacchierone; a volte bisognava zittirlo per non farsi rimbambire dal suo ininterrotto parlare! Ma le storie che raccontava erano davvero meravigliose, e tutti, all'imbrunire, si raccoglievano attorno a lui per ascoltare la favola della buonanotte. E poi Magno il ragno, un artista prodigioso: le sue tele erano esposte qua e là in giardino, e chiunque poteva ammirarne la complessa bellezza.


Gli amici adoravano Rossella per i suoi modi gentili, i buoni consigli che sapeva dare al bisogno e le sue divertenti barzellette. La cosa che più desiderava al mondo la coccinella era vivere sempre allegra e felice, sempre circondata da creature allegre e felici e sempre sotto la confortevole, allegra luce del sole.


Tuttavia, quel grande desiderio di bellezza e di armonia era anche il suo punto debole, il rovescio della medaglia: non poteva proprio sopportare le cose tristi, gli avvenimenti spiacevoli, insomma tutto ciò che nella vita si potrebbe definire il contrario di allegro. Soffriva terribilmente quando appassiva un fiore e non poteva più godere dei suoi colori né deliziarsi del suo profumo, o quando qualcuno degli amici aveva un problema serio. Come quella volta che Doriottero, compagno di mille voli nell'aria celeste, si era ferito un'aluccia: Rossella aveva curato il coleottero fino alla sua completa guarigione. Gli portava bricioline di pane per nutrirlo e gli dormiva accanto perché non si sentisse troppo solo durante la convalescenza.
Non parliamo poi delle lunghe ore di tormento, quando Lalla era improvvisamente scomparsa! La coccinella aveva organizzato una spedizione in piena regola! Magno doveva cercare la farfalla a nord, Doriottero perlustrare l'est, Rossella era volata a ovest e Camillo aveva saltellato diretto a sud. Era stato proprio Camillo a trovare Lalla, finalmente due giorni dopo, in un lontano giardino dove svolazzava spaventata e persa, quell'inguaribile svampita!


A Rossella non piaceva in particolare la notte, così buia e silenziosa, così simile, secondo lei, a qualcosa di tenebroso e funesto; lei che tanto ammirava la luce del sole, il ronzio dei suoi coinquilini, i colori del giardino, il chiasso della strada oltre la siepe.

Tuttavia fu proprio di notte che la sua vita cambiò, una notte d'estate quando, mentre rincasava nel suo nido, vide qualcosa di stupefacente: migliaia di piccole luci che lampeggiavano nel buio, intermittenti come le lampadine dell'albero di Natale!
«È piovuta polvere di stelle!» pensò colma di meraviglia, e senza indugio volò in mezzo a quei brillanti puntini per danzare con loro. Tuttavia si accorse che non si trattava di frammenti stellari: erano invece insetti dotati di un pancino luminoso.


«Chi siete, voi che portate luce nel buio di questo giardino?» chiese emozionata la coccinella.
«Siamo lucciole. Io mi chiamo Lucia, felice di conoscerti» rispose una delle creature, e fece una piroetta per mostrare meglio a Rossella il proprio ventre lampeggiante.


«Wow quanto vi ammiro, siete capaci di creare la meravigliosa magia della luce! Venite a giocare con me tutto il giorno e tutti i giorni? Danzeremo insieme, ci divertiremo un sacco e non sarà mai più buio, io detesto il buio!»

«Perché mai detesti il buio, coccinella?» chiese la lucciola sgranando gli occhietti sorpresa.

«Bé, ecco...» rispose Rossella, e poi fece una pausa perché a essere sincera non si era mai soffermata sul vero motivo della sua avversione per il buio.
«Prima di tutto non si vede niente. Quindi nel buio possono nascondersi chissà quali pericoli! E nemmeno è possibile vedere le cose belle, come il rosso acceso delle rose, il blu delle genziane, o il celeste del cielo. Tutto è silenzio, nessuno gioca... insomma il buio mi dà proprio i brividi!»
Si sentiva soddisfatta delle sue motivazioni più che esaurienti, di certo adesso la lucciola le avrebbe dato ragione. Ma non fu così.


«Dimmi graziosa amica...» Lucia parlava ora quasi sussurrando. «Come si può sperimentare l'emozione del rosso acceso, la carezza vellutata del blu genziana e la dolcezza del celeste cielo se fossero sempre lì, ben visibili, e il buio non li nascondesse per qualche tempo alla vista? Come amare l'energia del risveglio e il canto degli uccelli senza aver prima riposato nella tana buia e nel perfetto silenzio? In che modo sapremmo di essere allegri senza aver mai provato la tristezza? Come conoscere la luce se non ci fosse anche l'oscurità?»

Rossella rimase a lungo in silenzio per riflettere sulle parole di Lucia. Poi disse: «Forse comincio a capire: ogni cosa ha bisogno del suo opposto perché possiamo capirla e apprezzarla».

Era davvero affascinata da quelle incredibili rivelazioni. Tuttavia il buio proprio non riusciva ancora a considerarlo una cosa bella e necessaria. Così ripeté alle lucciole la sua richiesta: «Venite qua a giocare con me tutti i giorni e tutto il giorno? Vi presenterò ai miei amici e faremo sempre festa. Siete così belle... vi ameranno tutti!»

«Cara coccinella...» rispose Lucia. «Alla luce del sole non siamo che semplici insetti nemmeno tanto carini a vedersi, e quasi invisibili, come sono invisibili le stelle e la luna di giorno. Ma la notte... oh la notte... quando danziamo nell'oscurità luminose come le brillanti stelle e chiare come la misteriosa luna... allora sì che riveliamo tutto lo splendore di cui siamo capaci! La nostra bellezza si può vedere solo nel buio. L'oscurità offre tesori preziosi se vinci la paura e li vai a cercare».


Rossella dovette convenire che era vero: molte cose sono belle solo quando non c'è luce, e finalmente guarì dalla sua avversione per il buio. Da quel giorno, ogni sera all'imbrunire, cominciò a guardare le stelle che si accendevano una a una, fino a quando il cielo diventava un tappeto di velluto blu scuro trapuntato da una miriade di luccicanti perline. E ogni notte, da quella notte, danzò felice con le amiche lucciole insieme al coleottero Doriottero, che le stelle voleva raggiungerle volando fin lassù; al grillo Camillo che saltellava a più non posso e cantava a squarciagola; al ragno Magno che creava tele ancora più belle ispirato dal magnificente spettacolo notturno, e alla farfalla Lalla. Quest'ultima naturalmente bisognava tenerla d'occhio, o avrebbe svolazzato chissà dove. Si sarebbe certamente persa, presa dall'ebbrezza di tutta quella gioia che animò il giardino dopo la scoperta di Rossella circa alcuni tesori nascosti nel buio. Ho detto alcuni, perché chissà quanti tesori attendevano solo di essere trovati, e la caccia al tesoro di Rossella era appena cominciata...